Botte in testa

Quelli che a forza di scherzare su Roma Sud/Roma Nord ci credono davvero.
Quelli che New York è più pulita.
Quelli che Roma è faticosa, e poi per fare duecento metri prendono la macchina.
Quelli che Roma è brutta, perché sono anticonformisti.
Quelli che Roma mi ha stancato, e poi scopri che sono vent’anni che non escono di casa.
Quelli che hanno un’opinione su ogni città d’Italia.
Quelli che si offendono.
Quelli che si trasferiscono a Perugia e dopo tre giorni sono già perugini.
Quelli che un viaggio in autobus è scioccante.
Quelli che non ho mai visto tanti zingari come a Roma!
Quelli che a Roma, al primo posto dei problemi gravi, mettono gli zingari.
Quelli che adesso fotografano qualsiasi adesivo appiccicato su qualsiasi lampione e lo tuittano perché fa #degrado.
Quelli che qualsiasi problema è un’emergenza.
Quelli che sì, bello il nuovo museo, ma tanto non cambia un cazzo.
Quelli che ah che simpatico il cinismo dei romani!
Quelli che io le botte in testa.


Tappi

Secondo me, un buon sessanta percento delle cose che ci mettono ansia ci mettono ansia perché pensiamo sia nostro dovere farle bene, farle come si deve, farle tutte a modino, farle al nostro meglio. Perché? Perché abbiamo ormai tutti i mezzi per non sbagliare. Abbiamo Google, abbiamo milioni di libri, abbiamo le app, abbiamo i siti che recensiscono altri siti che recensiscono tutti i tipi di caramelle. Non è il caso, dunque, di comprare la caramella sbagliata! Di prenotare la vacanza sbagliata! Di comprare il libro sbagliato! Senza parlare di chi, pazzo, compra i tappi per le orecchie senza prima consultare per almeno una settimana tappiperleorecchie.com.

Ecco volevo dire: guardate, no. davvero. Poi tra trent’anni morite, e guardandovi indietro non vedrete altro che tutti questi infiniti pomeriggi persi a cercare di fare la cosa giusta, quando bastava prenotare fare dire una cosa a caso, senza ansia, perché, più o meno, i tappi per le orecchie sono tutti uguali.


Giugno

Il mio mese preferito (uno dei) è quasi finito. Molto blu, molti colori (soprattutto in cucina), molta luce. Me lo appunto qui, non si sa mai.Schermata 2015-06-28 alle 16.39.03

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Cenerentola almeno si faceva il culo

julia-roberts-and-pretty-woman-galleryLei è imbranata, la pecora nera di una famiglia ricca e dai modi impeccabili. Non ha un lavoro stabile, vive da sola in un monolocale oppure in un appartamento coi suoi amici di sempre. Ama gli animali, quando è triste mangia molto gelato, ha un migliore amico che è omosessuale, è inconsapevole del proprio fascino, ha una storia d’amore finita male alle spalle, ha 37 anni ma ragiona come una dodicenne (immatura). Si morde spessissimo il labbro inferiore. Non ha mai fatto ses_so a_nale.

Lui è intelligente, rigido, a tratti sadico, con una laurea a Harvard/master in finanza. Ha un migliore amico già sposato, non ha animali, vive in una casa asettica, non fa molta vita mondana, è ricco, ha paura d’amare e un passato misterioso: nasconde un trauma che l’ha trasformato in quello che è. Infatti, è stato stuprato da piccolo/i genitori sono morti in un incidente stradale/la sua fidanzata l’ha mollato sull’altare/era alla guida dell’automobile coinvolta nell’incidente stradale in cui morirono i suoi genitori.

Lei e lui si incontrano e si odiano ma vogliono anche accoppiarsi:

– prime 50 pagine: i due si incontrano, si odiano, si desiderano, non cedono.

– seconde 50: finiscono a lavorare insieme/lui la assume/lei scopre di essere la migliore amica della sorella di lui.

– terze 50: si accoppiano. Lei capisce che lui è stato stuprato da piccolo/i genitori sono morti in un incidente stradale/la sua fidanzata l’ha mollato sull’altare/era alla guida dell’automobile coinvolta nell’incidente stradale in cui morirono i suoi genitori, ma non ne è sicura. Comunque, si accorge di amarlo.

– quarte 50: lui le propone di vivere insieme. La inizia al sesso anale, legandola così ancora più a sé. Lui comincia a lasciarsi andare.

Il libro finisce a pagina 200 circa, ma c’è sempre almeno un seguito, che uscirà 3-4 mesi dopo.

Di cosa cazzo sto parlando? Della trama di tutti i libri per femmine che ho letto negli ultimi due anni per lavoro.

Cosa significa, non lo so: l’immaginario femminile è fermo agli anni Ottanta? Gli editori sono convinti che le lettrici siano ferme agli anni Ottanta? La verità è che a noi femmine ce piace er zogno? Perché le trame sono tutte uguali? Perché i lettori di questi libri leggono un libro l’anno, e allora che gliene frega? Cenerentola non era imbranata, anzi, si faceva un culo quadrato. Pretty Woman era povera, tanto povera da doversi prostituire: se lo meritava, il maschio alfa. Ma queste imbecilli? Perché non crepano nella loro stessa inettitudine? Perché le fanno così stupide? Io dico, ok, un po’ stupida va bene, ma non così tanto stupida!

E mi mancano ancora 120 pagine da finire. Quando qualcuno mi dice che non disdegna questo tipo di libri, figuriamoci, non faccio una piega. Ma penso sempre a quella famosa battuta: «Sono rientrato a casa e ho trovato Frank, il mio migliore amico, a letto con mia moglie. Gli ho detto: Frank, io devo! Ma tu?».


maggio

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pasta al sugo

Nell’epoca del gastrofighettume, delle ricette con il 95% di ingredienti che devi andare a caparti al mercato dall’altra parte della città o da Eataly, dei blog di cucina con le foto dai colori sbiaditini, le tovaglie a righe sempre perfette e il cioccolato raw, del bio sennò muori, della filiera corta, della rava e la fava (ma basta che sia Igp), io voglio scrivere qui un’ode a Benedetta Parodi, regina della ricetta facile e spesso (ma non sempre!) arrangiata, maestra della velocità, dell'”esticazzi, facciamo così tanto viene lo stesso”, del piatto semplice ma garantito con ingredienti che trovi anche alla Sma. Del cibo che lo prepari la sera a cena perché devi cenare, non per altro.

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Ciao Ben, ti voglio bene.

Eppoi non te la tiri.


Anche se un po’ massiccia

Mario [Monicelli, n.d.R.] faceva il contrario dell’innamorato. Non mi ha mai detto ti amo, se non alle cinque del mattino, confidando nel mio sonno profondo. Arrivava a punte di cattiveria. Una volta sotto uno splendido cielo stellato chiese agli attori e alla sua troupe di esprimere un desiderio. Ma guai a dirlo, si raccomandò, perché se lo dite non s’avvera. Quando toccò il suo turno, scandì a voce alta: “voglio vivere tutta la mia vita insieme a Chiara”.

Aveva paura dei sentimenti?
Detestava il sentimentalismo. Si era creato un personaggio il cui motto era: la vita mi ha reso glaciale. Tutti si divertivano, ma in realtà era il suo baluardo.

Da dove nasceva l’uomo glaciale?
Anche una questione di educazione: sei figli maschi cresciuti da una madre intelligentissima e severa. Quando litigavano, lei li bastonava uno dietro l’altro. Mario ne era fiero perché in fondo aveva una tempra militaresca, da uomo d’altri tempi. Così ci si doveva prendere cura della donna ma senza troppo romanticismo.

Scene sentimentali ne girò poche.
Una orribile in Viaggio con Anita, con Giancarlo Giannini e Goldie Hawn. Una spiaggia e il sole al tramonto. Mentre la girava, Mario non faceva altro che imprecare.

Anche verso l’amore mostrava una sorta di disincanto, come nei confronti della vita.
Tra gli epitaffi che dettava ad amici e parenti ce n’è uno che faceva impazzire mia madre: “Di essere stato vivo non gli importa”. Ma cosa dice Mario? Come quell’altro epitaffio: “Muoiono solo gli stronzi”. Ma è matto? In realtà lui voleva dire che l’unica vera condizione era la morte, il resto puro dettaglio.

Un cinismo troppo esibito per essere reale.
Sì, una sana presa di distanza che era comune ai suoi amici: Age, Scarpelli, Moravia, Suso Cecchi d’Amico. Valeva per l’amore come per la morte. Ricordo ancora Mario che davanti al feretro di Tognazzi si volta verso Pontecorvo mostrandosi sorpreso: ma come, non eri tu il morto? Allora chi ci sta qui dentro? Restai allibita: Tognazzi era il loro migliore amico.

Era il suo modo di sdrammatizzare.
Alle “scene madri” diceva di preferire “le scene figlie”. Quando gli fu diagnosticato il tumore alla prostata tornammo a casa e lui prese a mangiare con appetito. “Ho paura”, gli dissi. E lui: “Che sarà mai? Ho 77 anni, di qualcosa dovrò pur morire, no? In fondo sei ancora una bella donna, anche se un po’ massiccia…”. “Ma come massiccia, sono dimagrita tre chili!”, reagivo io piccata. Era il suo colpo di genio. Sapeva di provocare una reazione che mi allontanava dal dolore.

Era molto più vecchio di lei.
Sì, e io non gli risparmiavo le mie ansie. “Ma se tu muori come faccio?”, gliel’avrò chiesto miliardi di volte. “Quanto piangerai? Un mese, due mesi, metti anche tre mesi. E poi è finita. Quindi non mi rompere i coglioni”.

Non le parlava d’amore ma le lasciava le poesie sotto il cuscino.
Sì, su un foglio di taccuino a quadretti. Quella di Saba era la nostra poesia. Durano sì certe amorose intese quanto una vita e più; io so un amore che ha durato un mese, e vero amore fu. Anche questo è un “memento mori”: guarda che noi potremmo stare insieme solo un’ora, l’importante è l’intensità della nostra relazione. Mi metteva in guardia da se stesso.

Perché lo faceva?
Sentiva forte la responsabilità di stare con una donna molto più giovane. Ed è stato un gentiluomo perché mi spingeva a essere indipendente dalla figura del padre. In fondo mi diceva: non ti attaccare troppo perché non potrò mai darti quello che cerchi.

A proposito di padri: si trovò un consuocero coetaneo.
Il regalo più bello me lo fece ai funerali di mio padre. Un’orazione funebre in piena regola in cui ringraziava i miei genitori per avergli permesso di volermi bene.

Di mese in mese, tra voi è durata trentacinque anni.
Grazie all’ironia e all’anticonformismo. La prima volta che cucinai per lui, venne da me all’improvviso: scusami cara, ma sentirti spiattellare come una mogliettina mi mette tristezza. Trascorremmo la nostra serata d’amore da Settimio in via del Pellegrino, un depresso Paolo Stoppa nel tavolo accanto.

Quando lo vide felice?
Alla nascita di Rosa, nostra figlia. Fu una frazione di secondo nella gran confusione, mio fratello scambiato per il padre, Mario accolto come il nonno. Io allattavo la piccola, e mi bastò un suo sguardo. Detestava le “famigliette”, ma seppe mettere in piedi famiglie meravigliose.

In ospedale avete trascorso momenti d’amore molto belli.
Sì anche nella malattia stavamo insieme senza farla troppo lunga. Specie negli ultimi tempi si finiva spesso al Pronto Soccorso. E a lui piaceva stare in mezzo a quell’umanità. “Come ti chiami?”, chiedeva al vicino di barella. “Cecioni Ruggero”. “Perché ti chiami così?”, insisteva Mario. “Ma che je frega scusi, non vede come sò messo?”. E ridevamo complici, la mia mano nella sua, tutt’ossa e vene blu.

Che amore è stato il vostro?
Abbiamo vissuto una vita da Armata Brancaleone, quasi sempre in guerra. Mario rasentava le imprese folli, anche io ero un’incosciente. Ci siamo trovati spesso in difficoltà. Anche in montagna: dovendo scegliere tra sentiero facile, medio e impossibile non avevamo dubbi. E una volta vennero a salvarci.

Sempre situazioni estreme.
Anche quando girò Le rose del deserto, il suo ultimo film. Mario era già vecchissimo. Una sera tutta la troupe andò dormire nell’oasi vicina, e lui volle restare sul set: il capitano non abbandona mai il campo, sentenziò solenne. Trascorremmo tutta la notte dentro una jeep, lui stretto nel cappotto militare che gli aveva dato la sarta di scena. Era diventato il comandante. E io il suo attendente.

Vi siete lasciati e ripresi molte volte.
Io me ne andavo con grandi scenate, mentre lui imperturbabile continuava a leggere il giornale. Una volta restai fuori due o tre mesi. E lui si fece listare il braccio a lutto con una fascia nera. Una mia amica me lo riferì e io capii subito: mi stava dicendo che era triste ma era anche un modo per sfottermi.

Il vostro ultimo incontro.
Non stavamo più insieme, ma qualche volta mi piaceva sdraiarmi accanto a lui sul lettone. Parlavamo di tutto, anche delle mie ansie. “Mario, ma che vita abbiamo fatto io e te? Ma perché non siamo mai stati normali?”. E lui, calmo: “Perché siamo fatti così. Accetta ciò che sei e non desiderare mai di essere altro da te. Solo chi non accetta se stesso è dannato”. Lui ha saputo accettare tutto. Ed è stato autore della sua vita e della sua morte.

Si aspettava che sarebbe finita così?
No. Ma Mario era Brancaleone e non potevi immaginarlo tremante al braccio di una badante. Brancaleone scoppia su una bomba.

[Intervista a Chiara Rapaccini]